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di Guido Di Stefano

 

Un affresco, un meraviglioso  affresco dell’Ultima Cena: nella cripta della Matrice Vecchia di Castelbuono. 

Noi vorremmo che fosse la più antica opera realizzata sul tema.

Vorremmo che fosse la prima in assoluto! Ma attualmente non abbiamo elementi per sostenerlo.

La datazione è incerta: c’è chi la colloca nel XIII secolo, atteso che la cripta sarebbe ben anteriore alla chiesa (XIV secolo); altri  dicono che sia stata realizzata sul finire del XVI secolo,  in piena inquisizione! Noi propendiamo per la datazione più antica, atteso che il suo contenuto non è affatto allineato con la predicazione corrente allora ed adesso: roba da rogo! Altri non si pronunciano. Noi osserviamo, aspettiamo, speriamo, studiamo. Certo sarebbe “esplosivo” collocarla indietro nel tempo.

Pregna di vibrante umanità e insieme di somma spiritualità l’immagine è lì “dormiente” negli attuali sotterranei, ben visibile eppure sapientemente “celata”.

Una tavola rotonda imbandita per una cena di fratellanza e di amore. Persone note e ben visibili (nessuna è camuffata, specie la donna) attorno ad essa. Non una cattedratica seduta ma una riunione per dire “arrivederci” e per impartire direttive magari poi disattese.

Eppure è ignota.

Perché troppo palesi i contenuti?

Forse è  la prima opera?

Perché opera siciliana?

Per tutti i motivi assieme?

Siamo portati a pensare che all’oblio concorrano queste cause ed altre ancora. Non dimentichiamo che viviamo in un’area geografica e in un generale contesto socio-culturale dove (storicamente dimostrabile) si mitizzano personaggi e fatti elevandoli a verità dogmatiche di vita e di cultura. E così a qualche popolo mitizzato sono state “perdonate” le pratiche del genocidio e deportazione di massa;  brogli elettorali sono stati definiti difesa della democrazia; il confine tra democrazia e dittatura oligarchica diventa evanescente; mercenari sono stati elevati a  grandi idealisti;  omicidi sono diventati perseguitati; incurabili plagi sono osannati come geni creatori.

In questo contesto a noi Siciliani, da sempre creatori ed artefici di cultura – storia – progresso e sempre derubati dai nostri ospiti, resta solo l’oblio anche per nostra colpevole negligenza: mai abbiamo scritto tutta la nostra vera  storia per diffonderla tra i vivi e tramandarla ai posteri, neanche quando eravamo noi i vincitori.

Tanto per chiudere accenniamo ad altre perle dimenticate.

Per antica devozione è molto nota la Madonna Nera di Tindari.

Qualcuno in giro conosce il Cristo “scuro” (u Cristu longu) di Castroreale , la città delle aquile (imperiali) e quello di Randazzo (u Signuri ‘i l’acqua)?  Addirittura per quello di Randazzo si diceva e si dice che si era “scurito” a seguito di un incendio; e se fosse vero il contrario e cioè che si è tentato di schiarirlo?

A noi proprio non disturba affatto l’ipotetico colore nero di Cristo in vita: non è il colore che Gli rende testimonianza ma il Verbo.

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