Da anni, da decenni, sicuramente da sempre, si parla di Mediterraneo: i Paesi rivieraschi intrattengono fra di loro rapporti a vario livello, esistono partenariati che operano con la finalità di creare legami solidi, molte università italiane ed europee interloquiscono con altre università del mondo arabo, pur tuttavia questi “incontri” ancora oggi non sono riusciti a determinare una concreta stabilità fra le genti dell’area dell’antico Mare Nostrum. Le incomprensioni fra i popoli spesso hanno prodotto (e producono) gravi fenomeni di aperta conflittualità, i problemi (vedi la questione degli immigrati clandestini) restano sul tappeto, non si riesce a individuare un percorso comune che porti ad una armonia complessiva.

Tante possono essere le “spiegazioni” del perdurare di una situazione simile, tutte possono apparire come “alibi” degli insuccessi. La responsabilità, purtroppo, ricade sui Governi dei Paesi che dovrebbero essere interessati a una reale cooperazione, a quanti si sono (auto) proclamati ideatori di processi di distensione che, nel concreto, non sono mai approdati a nulla di realmente positivo.

È mancato (forse perché mai avviato) l’incontro fra le genti, l’incontro sia fra comunità che hanno radici comuni, sia fra i popoli che hanno tradizioni diverse. È mancato (e manca) un effettivo dialogo per esprimere quali possono essere i punti che uniscono, essendosi messo in luce costantemente ciò che divide. La diversità, anziché essere un elemento di arricchimento, è diventata una barriera difficile da penetrare.

La burocrazia della falsa cooperazione esclude le voci che tendono a fare superare gli ostacoli per raggiungere mete comuni, le iniziative che vengono portate avanti si limitano al raggiungimento di interessi di basso profilo, appannaggio e beneficio di privilegiati settori del sociale. Scaturiscono, così, contrapposizioni in nome delle religioni o delle ragioni di Stato. Sono strade che possono portare solo alla distruzione e non al benessere.

L’Europa, oggi più che mai, ha bisogno del Mediterraneo e dei Paesi da questo mare bagnati. E viceversa. Un costruttivo dialogo -dove vengano rispettate le divergenze, quando corrispondono a profonde situazioni di fatto- può essere perseguito solo se c’è una partecipazione collettiva, un  coinvolgimento convinto delle genti europee e mediterranee. Gli strumenti perché ciò sia possibile, se c’è la volontà, si è in grado di trovarli. Questo giornale, nel suo modesto contributo, ne è una pratica dimostrazione.

“Scenario 2010-Europa Mediterraneo” si proietta verso un futuro vicino: quando si apriranno le frontiere del “libero scambio”, il “dialogo” fra le genti dovrà essere qualcosa di più.

Questo giornale -oggi scritto solamente da autori di Casa nostra, che esprimono la loro opinione su argomenti comuni- si pone come strumento di collaborazione aperta e di divulgazione del pensiero fra due mondi (quello europeo e quello mediterraneo) che appaiono diversi, ma che hanno tanto da dirsi e tanto da fare insieme.

Questo è il nostro contributo al dialogo, che crediamo possibile. La porta è lasciata aperta agli Uomini di buona volontà, quelli che non sono avari nel dare a chi ha meno.

Salvo Barbagallo


La presentazione di Europa Mediterraneo è tratta integralmente dal primo editoriale sul giornale cartaceo (riportato in copia nell’immagine sottostante) del primo numero uscito in edicola nel mese di ottobre 2005.
I temi trattati sono di una preoccupante attualità. Nulla di quanto auspicato è stato messo in atto dai governanti. Il dialogo si è fatto con le bombe e le finte “primavere arabe”, termine coniato in Occidente e in realtà non utilizzato dai ribelli ad arte aizzati.

L’immigrazione clandestina costituiva già un problema di cui era possibile vedere le future evoluzioni, la cooperazione internazionale ha proseguito con i meschini “interessi” già all’epoca denunciati.
Quel “dialogo” è ancora possibile. Il tempo però stringe. Noi siamo qui, più forti di prima. Forza che ci viene solo dalla rinnovata determinazione a far qualcosa per correggere la rotta e tornare a un grande Mare Nostrum.

Luigi Asero