Sarkozy: il simbolo del “bene” che si riceve contraccambiato con il “male”

di Salvo Barbagallo

 

È una storia che si ripete da che mondo è mondo: “Fai del bene? Stai sicuro che ti verrà contraccambiato con tutto il male possibile”. Una storia che può toccare chiunque, nella quotidianità del vivere  in qualsiasi società. Il “caso” Nicolas Sarkozy” è emblematico: l’ex presidente francese riceve dall’amico Muammar El Gheddafi ben cinquanta milioni di euro a sostegno della sua campagna elettorale del 2007, ed ecco che l’amico Sarkozy, alla prima occasione utile, lo contraccambia con una guerra che porta alla sua eliminazione fisica e alla distruzione del Paese del quale era indicato come “dittatore”. Le considerazioni postume servono a poco, là dove in quella “guerra privata” (quella appunto animata da Sarkozy contro l’amico libico che lo aveva finanziato e supportato) vennero coinvolti altri Paesi, compresa l’Italia, anch’essa amica della Libia e di Gheddafi. Storia emblematica, allora, questa di Nicolas Sarkozy che dovrebbe essere insegnata nelle scuole per far comprendere ai giovani come gli “interessi” possono distruggere qualsiasi tipo di rapporto, anche quello considerato più solido.

Ora L’ex presidente francese deve rispondere alla magistratura del suo Paese, che dovrà dimostrare i presunti illeciti del quale è accusato. Comunque vada a finire, il “danno” è stato fatto, la Libia è lì a ricordarlo ogni giorno con il caos che la dilania, con due Governi, con le tribù che cercano un leader che le possa riappacificare e ripristinare gli equilibri che Gheddafi era riuscito a mantenere sino al suo assassinio. Una situazione difficile che l’Italia, la Sicilia soprattutto pagano in termini di migranti che dalla Libia sbarcano sul nostro territorio.

Sono trascorsi sette anni dalla guerra portata alla Libia, sette anni di sconvolgimenti in tutta l’area del Mediterraneo. Una guerra che la gente non comprendeva dove l’Italia è stata protagonista grazie alle “volontà” politiche espresse anche dall’allora Capo di Stato Giorgio Napolitano, grazie a quei parlamentari che facevano capo al PD. L’Italia e la Sicilia pagano le conseguenze di quel conflitto esploso per opera di Nicolas Sarkozy che intendeva coprire le sue presunte colpe. “Colpe” che erano state messe in evidenza già in passato, ma cadute nell’indifferenza collettiva europea. I “danni” che non si possono riparare, perché non si può tornare indietro nel tempo, non troverebbero giustificazione in “punizioni” che non possono essere in grado di “risarcire” centinaia e centinaia di vittime e la distruzione di un Paese.

Vale la pena, a questo punto e senza aggiungere altro sul “caso Sarkozy”, andare a rileggere quanto scrivevamo nel 2011, un anno che adesso appare fin troppo lontano, sommerso nei labirinti della memoria.


LA VOCE DELL’ISOLA n. 4/5 – Aprile/Maggio – 2011

Dal Giappone al Nordafrica. In poche settimane il mondo sta letteralmente cambiando

Siamo in guerra con la Libia ma nessuno è disposto a dirlo

di SALVO BARBAGALLO

 

Troppi avvenimenti, dalle catastrofe naturali (vedi Giappone), agli sconvolgimenti politici di intere aree (vedi le cosiddette rivolte in Tunisia, Egitto, Libia, eccetera) si stanno verificando nell’arco di poche settimane, tanti da restare disorientati. Sui disastri dovuti agli sconvolgimenti della natura si pongono poche domande, ma ci si dovrebbe chiedere se non sono poi il frutto delle violenze che l’uomo ha fatto alla natura nel corso di decenni e decenni in nome della scienza e del progresso. Per quanto riguarda le rivolte, non siamo tanto convinti che esse siano state provocate da una richiesta di democrazia, o per vera fame. Così come nessuno osa dire apertamente (almeno in Italia) che siamo in guerra contro la Libia, e, ovviamente, per quale concreto motivo. Alla fine, ci si ritrova con tanta confusione, tanta da non riuscire ad analizzare con equilibrio il reale stato delle cose.

In Giappone, terremoto e tsunami hanno provocato anche un disastro nucleare la cui consistenza non si riesce a valutare pienamente, ma c’è chi ipotizza danni maggiori di quelli provocati dalla centrale di Cernobyl.

Nei Paesi del Nordafrica il mutamento è epocale, ma per quanto è accaduto e sta accadendo le informazioni non possono considerarsi attendibili: sono scarse e non verificabili nella loro entità. Dalla Tunisia, Egitto, Libia, Siria e da quant’altro è in “rivolta” non c’è resoconto giornalistico, resoconto politico o visione televisiva che abbia potuto offrire un quadro esauriente, nonostante le avanzatissime riprese satellitari, vanto della tecnologia moderna.

Mentre andiamo in stampa non sappiamo quale possa essere la conclusione della guerra a Gheddafi, o che fine farà il leader libico con le sue truppe, o se i cosiddetti ribelli avranno la meglio o la peggio. Ma non riusciamo a credere che i trecento missili scagliati sul territorio libico, o i continui bombardamenti dei sofisticati velivoli delle coalizioni sulle città di quel Paese non abbiano fatto vittime fra la popolazione.

Gheddafi è un dittatore che ha vessato la sua gente? Ma ci accorgiamo soltanto ora che la Libia era governata da una dittatura con la quale gli italiani e il mondo intero hanno fatto affari?

Ha ragione Luisa Confalonieri (Tgcom del 21 marzo scorso) quando si chiede “Perché Gheddafi, dopo anni in cui faceva esattamente quello che ha fatto in questo ultimo mese, in cui veniva accolto con tutti gli onori, e piantava la sua tenda in tutte le capitali (non solo a villa Pamphili), in cui faceva affari con tutti, e solo dieci mesi fa addirittura assumeva la presidenza del Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu, ora diventa quel mostro che forse è sempre stato. Salvare la popolazione libica dalla sanguinaria repressione del colonnello è la motivazione nobile, il paravento dietro il quale ci nascondiamo. Se così fosse davvero, ci saremmo dovuti muovere molto prima. No, i motivi sono altri, e molti autorevoli editorialisti in queste ore si affannano a ripeterlo. Ogni Paese della “coalizione” ha il suo motivo meno “alto”. E ci si deve chiedere anche, come ha fatto Mario Giordano (Tgcom del 20 marzo scorso), dove sono i pacifisti? Afferma Giordano: “Accidenti, che strano: non ho visto nemmeno una bandiera arcobaleno. Sui balconi, dico. Alle finestre. E nemmeno per strada. Fateci caso: non ci sono vessilli della pace. Neppure uno. Eppure vi ricordate quanti ne sventolavano ai tempi dell’Iraq? La situazione non è poi così diversa: allora c’erano i raid aerei, un dittatore arabo, le popolazioni oppresse da difendere, qualche interesse per il petrolio. Adesso ci sono i raid aerei, un dittatore arabo, le popolazioni oppresse da difendere, qualche interesse per il petrolio.

Dov’è la differenza? Bisogna chiederlo agli esperti della Settimana Enigmistica, rubrica “aguzza la vista”.

Stiamo attenti: non stiamo tentando di difendere Gheddafi, sul quale in più circostanze abbiamo espresso la nostra opinione negativa. Stiamo cercando di comprendere i reali motivi che stanno alla base di questi repentini  stravolgimenti geopolitici in un’area del globo che è molto vicina a noi. Possiamo essere in errore, ma noi riteniamo che quanto stia accadendo in Nordafrica possa spiegarsi con poche parole: le mani sul petrolio (altrui)!


Gli attuali sconvolgimenti possono considerarsi un mutamento geopolitico non occasionale

Ma si poteva prevedere l’incendio del Nordafrica?

La rivolta, che dapprima è nata da problemi economici che non si potevano risolvere (e si sapeva) è proseguita con la richiesta di maggiore libertà e rappresentatività. Ora è guerra civile

di CORRADO RUBINO

Dov’erano gli esperti di geopolitica e i politologi quando nel 2004, senza troppi clamori, nasceva in Egitto il  movimento Kifaya? Era uno strano calderone che cominciò a fare bollire l’insoddisfazione contro Mubarak organizzando la prima manifestazione laica pubblica al Cairo il 12 dicembre 2004. C’erano dentro tutti; dai laici agli islamisti, dagli ex marxisti agli antiamericani.

Dov’erano gli esperti di geopolitica e i politologi quando alla fine del 2010, in piena crisi economica “qualcuno” ha deciso di aumentare decisamente il prezzo dei generi alimentari di prima necessità? Chi sta dietro queste manovre speculative sapeva bene quali effetti avrebbe avuto questo tipo di aumento sulle economie deboli e in mano a regimi dittatoriali dove gli ammortizzatori sociali non esistono.

Dov’erano gli esperti quando dal 2005 sempre più giovani egiziani, libici e tunisini cominciarono ad usare internet? Si riunivano sui social network per scambiarsi nuove idee e per imparare ad usare la parola “cittadini” al posto di “sudditi”. Ma per i regimi erano solo ragazzi sfaccendati che giocavano con internet. Che un regime ottuso e corrotto non capisca le moderne e sottili strategie della comunicazione è plausibile, ma che non le intuiscano certi soloni, cosiddetti esperti occidentali, è sconcertante.

Nessuno, nei palazzi di governo, nelle sedi diplomatiche  e nelle redazioni dei giornali dei Paesi occidentali, ha previsto cosa stava per succedere nei Paesi arabi del Nordafrica e soprattutto in Libia.

Per la verità alcuni analisti militari avevano per tempo previsto molte delle cose che poi sono accadute in questi giorni. Ma gli analisti militari hanno poco credito. I politici invece, quelli si, avevano capito tutto col risultato di continuare a stipulare accordi commerciali e politici senza sentire l’odore di bruciato.

I giornali scrivevano: «La Libia rappresenta per l’Italia un importante esportatore di petrolio e in chiave futura anche di gas». L’Eni divenne il principale operatore petrolifero in Libia, con una media di 550mila barili al giorno e siglò nuovi accordi su gas e petrolio con Tripoli che, a dire dei politici, «proteggerà la posizione privilegiata dell’azienda italiana almeno fino al 2047».

Quel che segue è stato scritto su una rivista di studi geopolitici nel 2009 dopo la ratifica ed esecuzione del “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione” tra la Repubblica italiana e la Libia, stipulato a Bengasi il 30 agosto 2008: «Il trattato di amicizia e cooperazione ha chiuso anni di diatribe storiche e politiche e denunce tra i due Paesi, anche se l’aver indossato provocatoriamente durante la visita una foto dell’eroe della resistenza libica trucidato dagli italiani lascia presagire che il leader libico continuerà ad usare l’argomento anticoloniale anche in futuro. Non deve sorprendere, il dittatore Gheddafi – ancora saldamente al potere in Libia dopo 40 anni – è stato e rimane un leader rivoluzionario legato al suo famoso libro verde. Non può fare a meno della retorica anticoloniale anche se ciò non ha impedito di tessere importanti relazioni economiche e politiche anche nei momenti più bui dei rapporti tra i due Paesi» E ancora: «Dopo la fine delle sanzioni americane e la riabilitazione internazionale della Libia, la conseguente apertura di Tripoli al mondo esterno e il ruolo di primo piano che Gheddafi vuole ricoprire non tanto più solo nel mondo arabo ma anche nel contesto africano, aprono nuove prospettive di sviluppo per la Libia e indirettamente per l’Italia». Fantastico!

È vero, è facile parlare ora, ma a nostra discolpa c’è da dire che neanche i politici europei sono riusciti a dire qualcosa di diverso dalle solite frasi di circostanza quando gli è stata contestata la troppa disinvoltura nelle relazioni diplomatiche con i vari dittatori che il popolo egiziano e magrebino ha cacciato o sta per cacciare via. In sostanza, la gente si è ribellata ad una classe politica al potere da più di trent’anni. L’Islam, finora, non ha mai saputo creare da nessuna parte una democrazia e soprattutto non ha saputo dare risposte moderne ai loro giovani.

La rivolta, che dapprima è nata da problemi economici che non si potevano risolvere (e si sapeva) è proseguita con la richiesta di maggiore libertà e rappresentatività, ma ora è aperta guerra civile. I movimenti islamisti, come ad esempio i Fratelli Musulmani in Egitto, non sono stati i promotori della rivolta che invece deve molto di più a una popolazione giovane, istruita, capace di usare l’internet, facebook e twitter. Aggiungiamo pure che tutti gli aiuti finanziari ed economici dati dall’Europa hanno creato ricchezza, ma per pochi e sempre per i soliti. Da questa spaccatura sociale è nata la crisi. L’Europa sicuramente poteva premere per il cambiamento, mentre si è preferito per anni privilegiare il profitto (in alcuni casi “privato” mascherato da accordi internazionali).

Come al solito ci svegliamo tardi e ci accorgiamo così che esiste un mondo islamico che non è fondamentalista. Ma allora cosa ci hanno propinato finora? Il problema della verità se lo pongono tutte le società, ma solo quelle democratiche riescono parzialmente a risolverlo. Parzialmente perché i risultati sul terreno in Afghanistan e soprattutto l’immensa mole dei documenti divulgati dal sito Wikileaks dimostrano, ancora una volta, che la guerra è la tomba della verità e che le informazioni che arrivano al cittadino sono sempre filtrate da una censura ora grossolana, ora raffinata. Anche parlare ossessivamente di un solo argomento significa coprire tutto il resto.

Forse è meglio non parlare di quando una certa classe politica italiana (mai cambiata) stipulava con i dittatori arabi degli scellerati accordi segreti per rimpinguare, a cascata, le casse di alcune grandi aziende, delle segreterie di partito e quelle personali. Quando Gheddafi cacciò l’intera comunità italiana di 25.000 persone sequestrando i loro beni, non molti anni dopo, 17.000 italiani lavoravano nella Giamahiria e l’oro nero arrivava da noi in cambio di armi, aerei (che la Libia ha usato nelle sue guerre africane), mobili dalla Brianza, macchinari per le prime industrie che troppo spesso risultavano antiquate o inadatte. Ma erano anni in cui succedeva anche dell’altro.

Gheddafi si poteva permettere, tramite squallidi personaggi siciliani, l’acquisto di un pezzo di Pantelleria, di finanziare la costruzione di una moschea a Catania, d’istituire un corso di studio all’Università di Palermo, di comprare due canali TV e un giornale (Sicilia oggi). Ma noi, furbi, abbiamo capito subito a cosa mirava e “prontamente” gli abbiamo venduto le motovedette che poi lui ha usato per sparare contro i pescatori di Mazara del Vallo. Nel 1976 l’acquisto libico del 10% della Fiat sconcertò gli italiani. Ma pochi si scandalizzarono quando Agnelli, su richiesta ufficiale di Gheddafi, licenziò il direttore del quotidiano La Stampa, Arrigo Levi (in Quanto ebreo e sostenitore d’Israele) e quando negli “anni di piombo”, a Roma, agenti libici uccidevano per strada oppositori del regime. E così mentre i partiti politici si dividevano, spesso trasversalmente, sull’opportunità o meno di frequentare Gheddafi, i servizi segreti intrattenevano i veri rapporti con Tripoli, garantendo le commesse militari e salvandolo almeno due volte da complotti e attentati; depistando quando armi di provenienza libica furono trovate in mano a italiani confermando il coinvolgimento di Tripoli nel terrorismo nostrano.

La Sicilia si ritrovò di colpo coinvolta nelle vicende internazionali quando nel 1986 l’aviazione anglo-americana bombardò Tripoli e Gheddafi lanciò due missili Scud che caddero al largo di Lampedusa. Allora ci raccontarono che “l’eccentrico” colonnello ci considerava alleati degli americani e quindi era plausibile che ci attaccasse. Da recente si è scoperto che i servizi segreti italiani lo avevano avvertito in anticipo dell’arrivo dei caccia bombardieri USA. Ma Gheddafi conosce solo il suo tornaconto e quindi eccolo di nuovo a tirare fuori la questione del risarcimento per i crimini del colonialismo italiano. La trattativa per risolvere la questione, avviata da Prodi e poi proseguita da Dini e da D’Alema, è stata chiusa da Berlusconi con la firma del trattato di amicizia, partenariato e cooperazione e le “scuse” della Repubblica per le colpe del Regno e del fascismo.

Ma questa volta il “suo popolo libico“ non è stato a sentirlo e si è ribellato. Buona parte del suo esercito è passato con i ribelli. Gheddafi ha reagito uccidendo i ribelli e attaccando l’Occidente. Gli Stati Uniti, l’Europa e il resto del mondo arabo subito, colti di sorpresa, hanno condannato il rais; poi hanno cincischiato per un po’ e in fine la Francia ha preso la palla al balzo per mettere in atto una risoluzione ONU che ha lasciato spazio a interpretazioni non gradite dalla Lega Araba (perché noi occidentali siamo sempre stati maestri nel far coalizzare l’islam contro noi stessi). Ora cosa succederà in Libia e nel mondo islamico? Succederà una cosa ormai chiara.

I dittatori “arraffa tutto” se ne dovranno andare. Si dovrà dare vita a governi più democratici e meno confessionali. Per chi non ci sta, il pesce grosso ha deciso di mangiare il pesce piccolo e, in nome della globalizzazione, non spartirà niente con nessuno (soprattutto dove ci sono di mezzo le fonti energetiche primarie). E in Europa? La Francia ha fatto di tutto affinché il comando delle operazioni non passasse nelle mani della NATO (dove non ha generali in posti di comando). L’Unione Europea ha dimostrato di non essere affatto una Unione. Se Gheddafi rimane al suo posto la Libia sarà spezzata in due.

Se non rimane ci sarà la corsa a chi si accaparrerà la fetta migliore della ricostruzione e degli accordi sulle fonti d’energia. Le nazioni che hanno fatto affari con Gheddafi faranno il doppio gioco e lasceranno gli Stati Uniti a brigarsela da soli con il mondo islamico che, ancora una volta, agli occhi della loro opinione pubblica, scaricherà la colpa di tutto sugli occidentali. E noi italiani, che invece abbiamo capito tutto, che viviamo immersi nel “nucleare” e che non siamo “nucleari”, subiremo l’aumento del prezzo dei carburanti, dell’energia, dei generi alimentari e l’invasione dei profughi sulle coste siciliane. Speriamo che il nostro prossimo Presidente del Consiglio sappia scegliere le proprie amicizie fra gente più affidabile.


La Voce dell’Isola n. 4/5 – Aprile/Maggio – 2011 7

 

 

A bocca aperta nel vedere governi e regimi all’apparenza incrollabili

Tutti presi (forse) in contropiede dallo tsunami sui Paesi del Maghreb

 

di VALTER VECELLIO

La cosa che più colpisce, e sconcerta, di tutto lo tsnumani che ha investito i Paesi del Maghreb è che tutto è accaduto tra la generale sorpresa. La sorpresa degli studiosi di questioni arabe e mediorientali: al pari dei cremlinologi che, vent’anni fa, non avevano previsto la caduta del muro di Berlino e il crollo del comunismo, sono rimasti a bocca aperta nel vedere governi e regimi all’apparenza incrollabili e graniti, sfarinarsi uno dietro l’altro, crollare come le tessere di un gigantesco domino. E passi: forse sono come gli economisti: che se fossero in grado davvero di prevedere e anticipare i flussi dei mercati, invece che insegnare all’università, tradurrebbero la loro scienza in giochi di borsa.

Gli studiosi, gli analisti, non prevedono, non hanno capito. Ma che dire di quelle persone che “istituzionalmente” hanno il compito di comprendere, capire, avere il polso della situazione e riferirne alle cancellerie dei paesi di cui sono al servizio? Si parla dei servizi di sicurezza. Non aveva previsto la CIA, ma da tempo gli americani ci hanno abituato a straordinari pasticci. Non i servizi segreti britannico e francese, non quello tedesco e russo; nessun servizio segreto arabo, e neppure il Mossad, il mitico “servizio” israeliano. Anche loro, come tutti, presi di contropiede.

Poggiava su piedi d’argilla il regime di Ben Alì e quello di Hosni Mubarak; e l’incendio della rivendicazione di “pane e democrazia” si diffonde con una velocità che solo sei mesi fa, a dirlo, si sarebbe stati presi per matti. E anche per quel che riguarda la Libia la cui rivolta, quale che possa essere il suo esito, ha rivelato la fragilità di un regime feroce e brutale.

Mentre l’attenzione nazionale e internazionale è concentrata sulla Libia nell’intero mondo arabo accade qualcosa che merita attenzione e non sembra che invece siano oggetto di particolare riflessione. Peccato: il presidente yemenita Ali Abdullah Saleh ha destituito l’intero esecutivo nazionale, sulla spinta delle pressioni popolari per le violenze che venerdì hanno provocato la morte di almeno 52 manifestanti; a Beirut in Libano migliaia di persone sono scese in piazza per la terza volta in meno di un mese, per chiedere l’abolizione del sistema confessionale in vigore in Libano dal 1943. Almeno seimila manifestanti, uomini e donne di tutte le età con i bambini al seguito, hanno sfilato chiedendo “l’abolizione del regime confessionale” che considerano la radice dei principali mali del paese, tra cui corruzione, clientelismo e una guerra civile durata 15 anni. Il sistema confessionale prevede una rigida divisione degli incarichi istituzionali tra i diversi gruppi religiosi del Paese, stabilendo fra l’altro che il presidente sia un cristiano maronita, il premier un musulmano sunnita e lo speaker del parlamento uno sciita.

Ancora: migliaia di manifestanti hanno sfilato in diverse città del Marocco per chiedere maggiori diritti civili e protestare contro la mancata attuazione della riforma costituzionale promessa alcune settimane fa dal re Mohamed. Lo scorso 9 marzo re Mohammed aveva annunciato una vasta riforma della costituzione che prevedeva il riassetto del sistema giudiziario e un potenziamento del ruolo del parlamento e dei partiti politici. Proprio la riforma della giustizia è al centro delle richieste dei manifestanti. Ci sono poi le manifestazioni in Siria, il referendum che si è svolto in Egitto, i fermenti in Algeria…

Merita attenzione un severo, accigliato editoriale di Roger Cohen sul “New York Times”:

L’intera Unione Europea deve ripensare i suoi rapporti con il mondo musulmano. Per cominciare dovrebbe accogliere nell’Unione la Turchia: il suo ingresso contribuirebbe a far uscire il vecchio continente dalla ristrettezza di vedute che Orhan Pamuk (ndr.: scrittore turco, premio nobel per la letteratura) denuncia. Un’Unione Europea con dentro la Turchia non avrebbe reagito al risveglio arabo con il balbettio imbarazzato di questi giorni”. Prendiamo atto, al contrario, che la nostra politica estera è fatta da governanti – o meglio: sgovernanti – dal limitato orizzonte, che di politica estera capiscono poco e la concepiscono solo in funzione di quella interna, cioè delle loro lotte di potere. Una politica estera, se si può dire, alla Agostino de Pretis, che diceva che bisognava farne meno che si può, e che basta, quando si vedono all’orizzonte i nuvoloni “mettere le spalle al muro e aprire l’ombrello”.

Con le conseguenze e gli effetti che sono sotto gli occhi di tutti. Pax Christi ha ricordato che l’Italia è il primo esportatore europeo di armamenti al regime di Gheddafi. Nel biennio 2008-2009 il governo italiano ha autorizzato alle proprie ditte l’invio di armamenti per oltre 205 milioni di euro, più di un terzo di tutte le autorizzazioni rilasciate dall’Unione Europea.

E dal momento che si parla di denaro, di “affari” (quegli affari che ci hanno fatto ingoiare le incredibili pagliacciate di Gheddafi nel corso delle sue visite in Italia) può essere utile tener presente il quadro degli interessi italiani con il regime libico. Si tratta di consistenti interessi delle imprese italiane in Libia: grandi appalti, forniture di materie prime, maxicommesse che rischiano di restare congelati a lungo, o anche di finire in altre mani. Fino a poche settimane fa, sull’asse Tripoli-Roma, in entrambi i sensi di marcia, hanno viaggiato infatti denaro e opportunità di sviluppo.

– Dati Sistema: la Libia si colloca al quinto posto nella graduatoria dei Paesi fornitori dell’Italia, con il 4,5 per cento sul totale delle nostre importazioni, mentre il nostro Paese rappresenta il primo esportatore, che ricopre circa il 17,5 per cento delle importazioni libiche, con un interscambio complessivo stimato nel 2010 di circa 12 miliardi di euro. La Libia risulta essere il primo fornitore di greggio e il terzo fornitore di gas per l’Italia. L’importanza che il mercato libico riveste per il nostro Paese è dimostrata anche dalla presenza stabile in Libia di oltre 100 imprese italiane.

– ENI: è il principale operatore internazionale nell’estrazione del petrolio e del gas nel paese nordafricano. A preoccupare c’è l’impatto diretto sul fatturato del gruppo e anche il timore generale del balzo del prezzo del petrolio, in particolare per l’attività di raffinazione. Sia gli esponenti libici che i vertici dell’Eni hanno comunque ribadito per ora una reciproca ‘amicizia’. Tripoli ha confermato tutti i contratti anche dopo l’inizio della guerra civile. Il gruppo guidato da Paolo Scaroni, per altro, paga al governo di Tripoli anche una tassa del 4% sugli utili imposta alle compagnie petrolifere. Un onere che per la società italiana, che è in Libia dai tempi di Enrico Mattei e ha una presenza assicurata fino al 2045 grazie al rinnovo delle concessioni, ammonta a 280 milioni di euro l’anno.

– UNICREDIT: sotto i riflettori, da mesi, c’è la partecipazione libica nella banca di Piazza Cordusio. Tra gli azionisti ci sono la Central Bank of Libya (4,988%) e Libyan Investment Authority (2,594%). Sommando le due quote la componente libica è il primo azionista, oltre il 7,5%. Quota che, come tutte le altre detenute dai libici in società europee, è al momento congelata.

– FINMECCANICA: Lybian Investment Authority detiene anche una quota del 2,01 per cento in Finmeccanica. Grazie alla collegata Ansaldo Sts, la società guidata da Pierfrancesco Guarguaglini ha una buona presenza in Libia. Nel luglio del 2009, Finmeccanica e Libya Africa Investment Portfolio, il fondo di investimento posseduto da Lia, hanno  costituito una joint venture paritetica per una cooperazione strategica nei settori dell’aerospazio, trasporti ed energia. Inoltre, Finmeccanica si è aggiudicata numerosi contratti in Libia attraverso le sue controllate, come Ansaldo Sts e Selex Sistemi Integrati. Nel campo elicotteristico, AgustaWestland ha messo in piedi un sistema industriale di manutenzione e assemblaggio tramite la Liatec. Si calcola che le commesse di Finmeccanica in Libia ammontino a circa 1 miliardo di euro nei settori dell’elicotteristica civile e ferroviario.

– IMPREGILO: altrettanto presente in Gran Jamahiria è Impregilo. E’ impegnata attraverso una società mista (Libco) partecipata dalla multinazionale italiana al 60% e al 40% da Libyan development investment. Impregilo ha ordini che si aggirano, complessivamente, attorno al miliardo di euro.

– AUTOSTRADA DELL’AMICIZIA: la maxi infrastruttura chiesta dal colonnello Gheddafi come riparazione per i danni subiti nel periodo coloniale. Con i suoi 1700 km che dovrebbero attraversare la Libia da Rass Ajdir a Imsaad, ovvero dal confine con l’Egitto a quello con la Tunisia, è la più imponente e impegnativa infrastruttura stradale mai realizzata da aziende italiane, con tempi di lavoro stimati fino a vent’anni e una spesa di 3 miliardi di dollari.

– ALTRE PARTECIPAZIONI LIBICHE: si può ormai definire ‘storica’ la presenza libica nella Juventus, di cui la Libyan arab foreign investment company detiene ancora una quota pari al 7,5%.

– ALTRE IMPRESE ITALIANE: l’elenco delle imprese che fanno affari in Libia comprende anche Telecom e Alitalia, Edison e Grimaldi, Visa e Saipem.

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